23/01/2017

La voce fuori dal coro del signor G

Osservare il consorzio umano. Analizzarlo sotto l’impietosa lente del sarcasmo, dell’ironia disincantata, del pessimismo più cosmico.
Il Signor G, protagonista di questa surreale opera di Marco Gottardi, è una voce fuori dal coro. Una sorta di alieno sceso su una terra popolata da automi, da maschere, da persone ridotte a mere convenzioni. Ecco allora che vivere, per il Signor G, diventa la più insostenibile delle condanne e, per questo, decide di attuare un piano “curioso” che farà vacillare le fondamenta dei luoghi comuni e delle certezze sedimentate nel tempo. Abbiamo chiesto all’autore di quest’opera così singolare di spiegarci meglio il suo pensiero.


Prima di tutto vorrei sapere chi si nasconde dietro il Signor G e quanti dei suoi ragionamenti corrispondono a quelli dell’autore. In parole povere, signor Gottardi, è lei il Signor G?
Non esiste romanzo che non sia, in qualche misura, autobiografico. Ciò, tuttavia, non implica che fra l’autore e il protagonista o fra l'autore e uno dei personaggi esista sempre una totale coincidenza di idee. La domanda, però, è tutt'altro che scontata ed è capitato che io stesso me la sia posta nella recente fase di rilettura del romanzo che ha preceduto la stampa, a bocce ferme, come si suol dire. Chi è il signor G? Ho concluso che il signor G è una domanda (non a caso il libro termina con un punto interrogativo), è una parte della mente che esiste in tutti noi, ed è una parte che domanda, che solleva quesiti, che chiede, che dubita, soprattutto. Leopardi diceva che è vicino al vero solo chi dubita...


Il protagonista del suo romanzo si scaglia contro la società attuale: i bersagli presi di mira sono il conformismo esasperato, la bieca quotidianità che siamo costretti a subire, l’imbecillità di alcuni programmi televisivi, lo spasmodico desiderio di maternità. Pensa che veramente ogni uomo sia una vittima intrappolata in questi cul de sac?
Lo è soltanto chi non ha coscienza di questo. Con il Kierkegaard della Malattia per la morte, ritengo che sia un male maggiore essere disperati e non saperlo, che essere disperati e sapere di esserlo. Per il resto, le cose non cambieranno, il mondo non tornerà, se mai vi è stato, a un'edenica armonia priva di affanni e spazzatura: “il mondo è un cancro che si divora”, scriveva Henry Miller; la sola cosa che possiamo cambiare è la nostra coscienza dell'esistente, la nostra percezione della realtà e soprattutto di ciò che si nasconde dietro la realtà, anche se questo a volte è scomodo perché ci costringe a confrontarci con aspetti della vita che per lo più preferiamo ignorare.

Il Signor G cerca il senso intimo e ultimo del vivere e, forse, lo trova nel suo esatto contrario, ovvero nel non vivere, nel completo annullamento dell’esistenza. Cosa può dirci in proposito?
Michel de Montaigne, che cito nel romanzo, ha scritto in un passo dei suoi Saggi che “ il vivere è un servire, se manca la libertà di morire.” La vita ha bisogno della morte per essere vita, la vita (l'ente) nasce dal contrasto con il niente, ovvero è proprio il niente, o almeno la sua possibilità, a fondare quella che è stata definita “l'ontologia della libertà”. In altre parole, se non fosse possibile non esistere, esisteremo necessariamente, per forza di cose, e la vita non sarebbe né un dono (formula abusatissima e stereotipo vuotato d'ogni senso, dal quale parte l'indagine del signor G) né una libera scelta. Solo la possibilità di non essere, di poter uscire in ogni istante dalla vita così come ci è stata consegnata, rende la vita libera e, in certi casi, sopportabile. Un grande filosofo come Cioran ha fatto dell'idea del suicidio una fonte inesauribile di consolazione. La maggior parte delle persone, però, tende comprensibilmente a eliminare questo pensiero attraverso l'azione: ecco perché siamo tutti così affaccendati.

L’ultima parte della sua opera diventa un’appassionata disputa legale nella quale la trascendenza assume un ruolo fondamentale. Pensa che la fede sia una delle vie di uscita al nostro impasse esistenziale? 
La fede è solo il campo da gioco in cui si svolge l'ultima battaglia. Ho attinto all'universo del Cristianesimo cattolico per ovvie ragioni di identità e di tradizione, per così dire, del nostro Paese, ma naturalmente non ho la convinzione che la religione sia in grado di fornire risposte definitive o rappresenti una qualche via d'uscita dal ginepraio del mondo contemporaneo: come tutti gli altri sistemi di pensiero, avanza proposte, è una chiave di lettura, ma la vita ne offre quotidianamente moltissime e il quadro è quello di una sempre più devastante deflagrazione di microparticelle di pseudo-verità che continuano a moltiplicarsi impoverendosi a vicenda, sconfinando nella loro stessa transitoria ed effimera vocazione all'illusione. Siamo nel labirinto...

Un’ultima domanda… a cui se vuole può anche non rispondere. Lei ha figli? E, in caso positivo, si sente in colpa per l’aver messo al mondo persone che “non saranno consce della loro infelicità”?
Non ho figli, per il momento. Molto probabilmente non ne avrò. Ma se capiterà (e non lo escludo a priori), vivrò la mia esperienza genitoriale con la certezza che i padri migliori sono quelli che si fanno mille domande e scrivono libri pieni di domande. Perché io non sono un automa...

 

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