27/12/2016

Quando la settima arte incontra il Buddhismo

Breve guida alla storia del buddhismo attraverso l'occhio della macchina da presa.
Due film cult italiani degli anni '90, Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci e Nirvana di Gabriele Salvatores, ci guideranno con le immagini attraverso la genesi e la filosofia del buddhismo.
Avete amato Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci? Siete rimasti affascinati dalle visioni distopiche immaginate da Gabriele Salvatores nel suo Nirvana? Allora Il Buddhismo attraverso la pellicola è il libro che fa per voi: lo ha scritto Loredana Bianchi, analizzando la più importante religione e filosofia orientale, attraverso la lente cinematografica di due pellicole che hanno segnato l'immaginario filmico degli anni '90. Abbiamo chiesto all'autrice di dirci qualcosa in più su questo piccolo saggio di estremo interesse.


Da dove nasce l'idea di realizzare "Il Buddhismo attraverso la pellicola"? Quale è stata la spinta propulsiva che l'ha portata a cimentarsi con un'opera così affascinante?
è un progetto che risale a qualche anno fa, quando il Buddhismo ha iniziato ad essere sempre più presente, sotto varie sfaccettature, nel nostro Occidente. Io sono una persona molto molto curiosa ed amo approfondire ciò che mi affascina e quindi mi è venuto spontaneo pormi delle domande e cercare delle risposte che potessero soddisfare i miei interessi anche a proposito della cultura buddhista. Solo ultimamente però ho avuto occasione di porre nuovamente mano a questo lavoro, ed ho deciso di condividerlo e di metterlo a disposizione di chi, come me, pur non avendo conoscenze approfondite sull'argomento, ha il desiderio di avvicinarsi e di addentrarsi in questo mondo così lontano.

Negli anni '70 l'India e la sua religione sono stati dei punti di riferimento imprescindibili (una via di fuga?) per moltissimi giovani. Adesso, a distanza di oltre quaranta anni, di quel movimento è rimasta solo una pallida eco. Secondo lei quali sono state le ragioni di questo progressivo affievolirsi del fenomeno?
Negli anni '70 c'era l'ebbrezza di assaporare la libertà e i giovani per la prima volta erano artefici della propria esistenza e del proprio destino. L'India, con i suoi colori, le sue contraddizioni, le sue religioni, era l'alternativa ad una vita che si deprecava, era l'apparente inverso degli Stati che mandavano un'intera generazione a morire in guerre in luoghi lontani. Poi, però, le situazioni mutano, i miti muoiono, gli ideali si modificano e le mode cambiano...

Negli anni '90 anche Hollywood ha esplorato l'universo filosofico del buddhismo con esiti contrastanti: dall'autorialità scorsesiana di "Kundun", alla visione edulcorata di "Sette anni in Tibet", arrivando alla complessità di "Ghost Dog- Il codice del samurai". Cosa pensa di queste pellicole e perché ha scelto di non inserirle nel suo saggio, ampliando così la visione d'insieme?
"Il Buddhismo attraverso la pellicola" in realtà fa parte di un progetto molto più ampio, in cui rientrano anche (oltre ad altri) due dei film sopra citati, "Kundun" e "Sette anni in Tibet". In questo momento ho deciso di suddividere, però, questo mio lavoro per renderlo più specifico, andando ad analizzare solo la storia del Buddhismo e le sue regole fondamentali e lasciando temporaneamente da parte la vita del Dalai Lama e l'invasione cinese in Tibet.
Per quanto riguarda invece "Ghost Dog", film che tra l'altro ho molto apprezzato, non è stato preso in considerazione in quanto esula dalla cultura presa in esame, poiché il protagonista si muove seguendo le regole d'onore degli antichi guerrieri giapponesi samurai, non legati particolarmente al pensiero buddhista.

Lei si occupa a tempo pieno di settima arte. Quali sono le pellicole che hanno segnato maggiormente la sua formazione?
Purtroppo ultimamente non mi occupo più a tempo pieno di cinema, poiché a questo lavoro ho affiancato anche quello dell'insegnamento della letteratura e della storia nelle scuole superiori.
Ho comunque una formazione classica: formalisti russi e neorealisti italiani. Sono quelle le pellicole che insegnano a 360° a conoscere il linguaggio cinematografico, ad esaminare, analizzare e sezionare un film. Il mio preferito? "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica. Poi c'è una chicca di Anna Magnani dal titolo "Una voce umana", che è uno dei due episodi del film "Amore" di Roberto Rossellini, che amo alla follia e che non mi stanco mai di rivedere. Non ha praticamente trama, tutto è incentrato sulla protagonista (unico personaggio in scena) chiusa in una stanza, che aspetta una telefonata dall'amante che sta per sposare un'altra donna.

Ha qualche altro progetto nel cassetto?
In questo momento ho due progetti che sono quasi ultimati: del primo ne ho parlato sopra, cioè la continuazione ideale de "Il Buddhismo attraverso la pellicola" in cui, sempre accompagnata dalle immagini, mi concentro sulla vita del Dalai Lama e sulla invasione cinese del Tibet.
Nel secondo progetto, invece, cambio completamente argomento e dall'Oriente mi trasferisco in Romania, alla corte del principe Vlad Tepes III Draculea per studiare l'evoluzione del personaggio a lui ispirato, nato dalla penna di Bram Stoker e rivisitato in centinaia e centinaia di film, opere teatrali e romanzi.

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