28/10/2016

"Una semplice storia d'amore" vince il settimo Premio Luigi Malerba

Il 26 Ottobre 2016 è stato annunciato il vincitore del settimo Premio Luigi Malerba: Gabriele Ottaviani con la sceneggiatura "Una semplice storia d'amore", estratto dal libro Frammenti d'amore.
Congratulazioni al nostro autore!

Come regalo per voi, nostri lettori del blog, di seguito vi proponiamo il racconto vincitore del Premio.


 

UNA SEMPLICE STORIA D’AMORE


Il tamponamento tra i nostri carrelli al supermercato, di fronte al banco dei surgelati. Il nostro primo incontro. Il tuo sorriso gentile. La fila alla cassa.
Le arance che rotolano per la strada perché la busta si è rotta. La corsa dietro alle arance, ridendo. Le arance rotolano veloci. Specialmente in discesa. Il primo appuntamento. La macchina portata a lavare. La pizza che faceva schifo ma non ce ne siamo accorti. La sera passata a parlare di tutto. Le citazioni di libri, film, canzoni. La tua incredibile memoria. La cultura che hai, e non la fai pesare. Il fatto che ti ricordi il minuto esatto in cui in quel film si vede un cane passare in lontananza ma non ti ricordi il finale del film. Le rughe che ti si formano sulla faccia quando ti arrabbi. La tua faccia piena di rughe quando non mi ricordo, anche se me l’hai detto, il minuto esatto in cui in quel film di cui tu non ti ricordi il finale si vede un cane passare in lontananza. La prima alba insieme, camminando sui sampietrini bagnati. L’amore per gli animali. Le coccinelle fatte passare dalla tua mano alla mia e poi lasciate libere di volare. Le margherite con cui fare “m’ama, non m’ama” solo contando i petali, senza strapparli. I fiori del soffione. I ricordi condivisi. Tutte quelle volte che: “Ma davvero anche tu...? Pensavo che solo io...”.

Le gettoniere negli ascensori. Le sedie dei tavolini all’aperto di certi bar fuori città, di finto midollino in plastica: gialle, rosse, blu. Lo zucchero filato. L’altalena che ti fa venire il mal di pancia. Le macchinine dell’autoscontro. I bigliettini. Le lettere. I pastelli a cera. La confezione di matite. “Perché ce n’è sempre una bianca? Io mica ho i fogli neri!” Le righe e i quadretti dei quaderni delle elementari che erano diversi a seconda della classe. Chissà se è ancora così. L’insegna dei barbieri, che sembra il bastoncino di zucchero dei cartoni americani. I cartoni americani. I cartoni giapponesi. I juke-box. Le passeggiate in campagna. Le escursioni in bicicletta lungo il fiume. La raccolta delle more. E quella dei pinoli. Il tuo odio per il beige. Il mio odio per il beige. Il beige. Il tuo terrore per i passaggi a livello. La tua paura per la Bocca della Verità. “Io, dentro a quel tombino che ha fatto carriera, la mano non ce la metto. Punto.” Il gelato. Limone e cioccolato. Senza panna. Solo cono. La cop- petta non ti piace. La nostalgia del passato. La voglia di vivere il futuro. Il primo bacio. La prima notte passata insieme a far l’amore.
La prima notte passata insieme senza far l’amore. I graffi che mi fai sulla schiena quando facciamo l’amore. La tua famiglia, nonostante tutto. La mia famiglia, nonostante tutto. Pop corn, birra ghiacciata e film, stretti stretti sul divano. La fodera del divano. Che non era beige. Il trasloco. Lo spazio nell’armadio. La piantina di violette africane sul davanzale. L’ultima sigaretta insieme in balcone prima di andare a dormire. Quando ti rigiri nel letto e ti porti appresso coperte, lenzuolo e persino materasso. Quando fuori piove e stiamo a letto insieme e ascoltiamo il ru- more della pioggia che sbatte sui vetri. Quando ci pioveva in camera da letto perché il bagno di sopra perdeva. I doppioni dei libri. I doppioni delle figurine. Il modo in cui mangi. Il modo in cui piangi, quando ti commuovi per qualcosa. Il modo in cui ridi. Il modo in cui cammini. Il modo in cui parli, quando ti perdi nei discorsi e sembri non finire mai, e alla fine invece finisci sempre, e tutto ha un senso. Le tue mani, che non stanno ferme mai. La tua bocca. Le tue canzoni sotto la doccia. I tuoi piedi scalzi sul pavimento. Le tue telefonate. Il broncio che metti su quando pensi intensamente a qualcosa. Il limone chiesto in prestito alla vicina un giorno sì e l’altro pure. La pianta di limoni che ci ha regalato la vicina e abbiamo messo in balcone.
I fiori di limone che mi metti nelle tasche della giacca. Il fatto che ogni volta che compri lo zucchero o la farina non ti capaciti di come sia possibile che ancora li vendano negli invo- lucri di carta che poi si bucano e rischi di fare la semina e non, come il caffè, in quelle belle lattine di alluminio con la chiusura ermetica che oltretutto si riciclano pure al 100%. Quando giochiamo e vuoi vincere. Sempre. Le castagne portafortuna. Le partite a burraco. I coriandoli a Carnevale. Il fatto che preferisci le castagnole alle frappe. Quando hai comprato dodici borse termiche perché finalmente ne avevi trovata una con la lampo e non con quegli stupidi bot- toni automatici tipo federa del cuscino che si rompono subito e non chiudono bene e arrivi a casa e ti si è scongelato tutto. Quando trovi una cosa che ti piace e te la compri in tutti i co- lori che esiste. Le battaglie a cuscinate. La piccola libreria antiquaria dove hai trovato quel libro che credevi non esistesse nemmeno più. Le bucce di mandarino bruciate sul fuoco perché così profuma- no di più. Il mestolo di legno bruciato per andare rispondere al telefono mentre giravi il sugo. Il sugo che fai seguendo la ricetta di tua nonna. La pappagorgia che hai quando abbassi il mento. La forma del tuo gomito. I tuoi nei. I tuoi capelli spettinati. Le tue orecchie che sembrano tortellini. I tuoi occhi chiari che ogni tanto diventano scuri, ma poi ritor- nano chiari. Il maglione verde che mi hai regalato. La mia festa di compleanno.
La tua festa di compleanno. Il nostro primo Natale. Il nostro primo Capodanno. Il nostro primo San Valentino, che non volevi festeggiare ma poi, se non mi sbrigavo a farti il regalo, un altro po’ mi tiravi un piatto. In testa. Di taglio.
Il nostro primo Ferragosto. I nostri amici comuni. Le grandi tavolate. Le gite al mare. D’inverno. Il cocomero. D’estate.
Il ventinove di febbraio, perché è come te. Speciale. Manolo, salvato dal cassonetto. Le liti per il nome da dare a Manolo. Tu volevi chiamarlo Nerino. Le liti per chi deve pulire casa. Le liti per chi deve pulire la lettiera di Manolo. Le liti perché dici che corro in macchina, e invece no. Tu, piuttosto... Le liti per la politica. Le liti in generale. E poi la pace. Il battito forte del tuo cuore quando ti emozioni. Il rumore che si sente dentro alle conchiglie. Che non sarà il mare, ma è bello pensarlo. La lavatrice sempre in funzione. La moka sempre pronta per un caffè, che più è vecchia e più il caffè viene buono. Il cassetto del mobile in soggiorno, che ancora non hai riparato. Quando fai tardi, e io ho paura. Quando faccio tardi, e tu hai paura. Quando giri la chiave nella porta, e io finalmente respiro. Quando mi hai lasciato, ma per cinque minuti. E non era colpa mia. I quadri appesi alle pareti.
I maritozzi con la panna la domenica mattina. Le colazioni a letto. Come ti stiracchi quando ti svegli. I tuoi pensieri tristi, che te li vorrei cancellare dalla testa. Le battute che hai sempre pronte, e “meglio perdere un amico che una buona battuta”, ma tu gli amici non li perdi mai. L’ombrello che il vento ti ha rovesciato.

I palloncini che volano via, e che ti fanno piangere. I palloncini sgonfi che trovi dietro ai cuscini del divano una set- timana dopo la festa, e ti fanno tenerezza. I merli indiani, che se parli ti rispondono. I pappagalli. Per lo stesso motivo. La trappola con la birra per far morire affogate le lumache, che altrimenti ti rovinano i fiori. Il geco che hai allevato per un mese perché così mangiava le zanzare, e quando se n’è andato ti è dispiaciuto. Il tuo primo capello bianco. Il mio primo capello bianco. E poi il secondo, il terzo... La tua generosità, che non vuoi che si sappia in giro. Quando ti si strozza la voce perché hai i nervi. Quando la tua voce ritorna normale perché non hai più i nervi. L’orzata. Le cartoline. Gli album di foto. Le finestre sempre spalancate. Le candele accese. Le tue preghiere. Gli amaretti. Le fragole. I biscotti secchi inzuppati quattro alla volta nel tè. Il tiramisù. I sogni che non mi dici perché hai paura che non si avverino. Quella maglietta grigia bruttissima che però inspiegabilmente è la tua preferita.
I cardigan appesi in ordine di colore, dal più chiaro al più scuro. Lo straccetto che hai sempre in mano per asciugare le gocce nel lavandino d’acciaio. Quelle ceramiche siciliane a forma di testa che ti piacciono da impazzire.
I papaveri rossi. I fiordalisi blu. I gavettoni. Gli scherzi telefonici come bambini scemi. Il fatto che ti piace l’odore della vernice e quello della benzina. Il fatto che non ti dà fastidio il rumore del gesso sulla lavagna. Come apri le porte, perché sembra sempre che ti aspetti che dietro ci sia Babbo Natale.
Come dici grazie. Come dici prego. Come dici “Pronto?”. Come dici scusa. E certe volte non dovresti. Come giustifichi sempre tutti, anche chi non se lo merita. Come non giustifichi mai te, e invece dovresti.
Il fatto che ogni tanto metti in ordine casa e butti via un sacco di cose. Ma non butti via me. I sogni premonitori. La volta che hai vinto al lotto.

La notte che mi hai tenuto la mano. La prima volta che mi hai detto “ti amo”. Le pareti, che devono essere per forza bianche, e poi le copri di quadri e non si vedono più. I panni stesi sui fili. La corsa che fai ogni volta che i panni sono stesi fuori e quasi asciutti e comincia a piovere. La tristezza che ti fanno i fiori recisi, e allora li fai seccare così durano per sempre. Il fatto che per te c’è sempre un buon motivo per festeggiare. Lo spumante che non manca mai.
Il peperoncino che manca sempre perché se mangi piccante ti gonfi. Quando vedi un film per la centesima volta e piangi come la prima. Anzi, peggio.
Il fatto che sai tutti gli stati degli Stati Uniti a memoria con tut- te le capitali. In ordine alfabetico. Quando mi hai detto che New York non era la capitale dello Stato di New York.
Le coperte all’uncinetto. L’infanzia, e l’adolescenza (tu lo sai che voglio dire). Quando vuoi fare la persona educata e cerchi di non dire paro- lacce e poi invece a un certo punto esplodi e dici tutte insieme tutte quelle che sai, e qualcuna la inventi pure sul momento. Come scrivi al computer con tutte e dieci le dita, mignoli compresi. Quando canti e non sai le parole e allora te le inventi. Quando mi prendi in giro, e io non mi offendo. Quando io prendo in giro te, e tu ti offendi di brutto, anche se giuri di no. Ma poi ti passa. Il fatto che se fai cinque cose insieme ti vengono bene, e se ne fai una sola per volta combini dei disastri. Quando a qualunque ora del giorno, se ti dico che ho fame, tu mi rispondi: “Anch’io, che ci mangiamo?” I soprannomi che mi dai. I soprannomi che ti do. Le cose che dimentichi. Le cose che poi ti ricordi. Quando smetti di giocare col cinturino dell’orologio perché sai che mi dà fastidio. Il fatto che non hai senso dell’obiettività. Il tuo istinto. Il fatto che tra testa e cuore scegli sempre cuore. Il fatto che tra testa o croce scegli sempre testa.
Quando guidi e non ti perdi nemmeno in capo al mondo, ma a piedi sei un disastro, perché ti distrai, però non perdi la calma, perché tanto sai che a piedi, anche se cammini veloce, non puoi aver fatto tanta strada, e infatti alla fine ti ritrovi sempre. Quando non ti danno ragione, e diventi una furia.
Quando sbatti la porta perché litighiamo. Quando hai rotto il vetro della porta per sbatterla e ci hai mes- so ore a raccogliere tutti i pezzi, perché, come dice tua madre, “il vetro salta”, e non hai voluto che ti aiutassi. E però ti veniva da ridere. Quando fai “ssssssssssssssssssssssht” a quelli che parlano al cinema. Quando parli al cinema. Il fatto che tifavi per Ettore e non per Achille. Il tuo ottimismo. La tua sicurezza. La tua fiducia. Il tuo coraggio. Il sorriso che ti diventa più luminoso quando hai qualche pen- siero, ma non lo dici a nessuno perché non vuoi che si preoccupi. Il fatto che io voglio preoccuparmi per te, perché ti amo. La tua frenetica calma. La tua calma frenesia. Il tuo disordine ordinatissimo. Quando mi chiami per cognome perché ti ho fatto arrabbiare. Quando mi baci. Quando mi fai il solletico. Quando cominci a ridere perché sai che io mi sto avvicinando dall’altro capo della stanza per venirti a fare il solletico. Quando ridi tra te e te. Quando parli tra te e te. Quando mi chiedi aiuto perché non sei capace a separare l’albu- me dal tuorlo però hai già rotto l’uovo e allora stai immobile in attesa che io arrivi di corsa per non rovinare tutto.

Il fatto che sei sempre tu, eppure cambi sempre. Quando ammetti di avere sbagliato. Quando non lasci perdere una discussione, perché se no sembra che non te ne importi niente. Il fatto che non sai fare finta di nulla di fronte alle ingiustizie. Il fatto che non faresti male a nessuno. Il fatto che sai il latino, e il greco. Il fatto che sai che le stelle nel logo della Paramount sono ventidue. Il fatto che sai che le stelle nel logo della Paramount non sono sempre state ventidue. Il fatto che sai che le stelle del logo della Paramount potrebbero in futuro non essere più ventidue. Il fatto che sai che la Paramount ha un logo in cui ci sono delle stelle. Il fatto che tu abbia perso tempo a contare il numero di stelle che ci sono nel logo della Paramount, e a fare delle ricerche. La tua curiosità. La tua ingenuità. Il tuo stupirti sempre di fronte alle cose. La tua bontà. La tua ironia. Il tuo sonno pesante. La tua bellezza. Quando dormi in posizione supina, e russi. La volta che ti si è fermata la macchina in mezzo al nulla, io ti ho raggiunto e ci abbiamo fatto l’amore dentro. La volta che l’abbiamo fatto in ascensore. Nel palazzo dei tuoi. I cappelli fatti col giornale per coprirci la testa quando dobbia- mo verniciare. Le barchette di carta. Gli aquiloni. Quando siamo andati a raccogliere i funghi e a momenti cade- vamo nel burrone.
La volta che siamo andati a lezione di salsa, e ci guardavano tutti. La volta che siamo andati a lezione di origami e non ci guardava nessuno perché c’eravamo solo noi.
Tutto questo, e molto altro. In una parola, tu.

Duecentocinquantotto frammenti di quotidianità, scritti nero su bianco, uno per bigliettino, uno per ogni giorno d’amore, uno per ognuna delle cose di cui si erano reciprocamente inna- morati, le tessere del mosaico della loro felicità, del loro stare insieme, appiccicate sopra il letto mentre dormiva, a formare un cuore. Oggetti, atteggiamenti, ricordi, pensieri, immagini, parole...Si svegliò e se li trovò lì, inattesi, bellissimi, in una di quelle mattine gelide e piene di luce che adora. Pianse di gioia. Da quel giorno sono passati nove gioiosi anni, sette splendi- di mesi e ventidue radiosi giorni. Quasi tutti, almeno. Anche oggi Patrizio si alza dal letto, ma non c’è il sereno nel suo cuo- re. Oggi il suo amore finisce. O meglio si trasforma. Perché la morte non basta a spezzare l’amore. Dovrà parlare, ma ha in mente solo quattro parole.
– Ciao Michele, amore mio.

 

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