30/04/2015

L'intervista a Raffaella Bonsignori autrice di Fiume bojaccia

11 delitti che hanno segnato la storia della città eterna.
11 eventi criminali che si sono consumati nel corso del tempo, dalla Roma antica ai giorni nostri. Ce li racconta, attraverso un’approfondita ricostruzione storica e una meticolosa analisi psicologica e temporale, Raffaella Bonsignori, Avvocato penalista ed assistente di procedura penale presso l'Università degli Studi di Roma La Sapienza. Il suo Fiume Bojaccia - Delitti e misteri romani sul Tevere è un saggio, un romanzo storico, un manuale di criminologia e molto altro ancora. Abbiamo chiesto all’autrice di svelarci le tappe che l’hanno portata a dare alla luce un lavoro che sarebbe riduttivo definire monumentale.


 

Degli 11 fatti di sangue che ha narrato nel suo lavoro, quale l’ha colpita di più e quale pensa abbia segnato maggiormente la storia della città?

È una domanda che mi mette in crisi, lo confesso. Ho studiato a lungo ogni singolo caso; in qualche modo i protagonisti, sia i carnefici che le vittime, negli ultimi tre anni mi hanno tenuto compagnia, sono diventati parte della mia quotidianità, delle mie riflessioni, dei miei dubbi, delle mie ricerche. Difficile, quindi, prediligerne uno piuttosto che un altro. Dovendo farlo, tuttavia, direi che il caso Borgia è quello cui lego le più forti sensazioni personali e che, forse, è tra i più rappresentativi per la città stessa, dal momento che coinvolge la famiglia di un papa. Innanzi tutto è un caso irrisolto, checché ne dica la storia guicciardiniana, che, pur in assenza di prove materiali, vuole Cesare Borgia assassino del fratello Giovanni; e, poi, coinvolge una famiglia politicamente fin troppo in vista per non dare adito a dubbi sulla veridicità delle accuse. Ho sempre molte remore, infatti, a credere alle accuse gridate da cronisti e storici contro chi detiene il potere: la calunnia è sempre dietro l'angolo quando si tratta di "nemici politici".

A mio parere questo è uno degli esempi lampanti di come uno più antichi mali del mondo, l'invidia, sappia rendere fertile il terreno su cui seminare dubbi. Cesare, in realtà era un uomo forte, intelligente, non più crudele di qualunque altro uomo di potere dell'epoca, e, soprattutto, capace di guardare oltre i limiti del proprio tempo, impegnato in progetti di unificazione territoriale che avevano affascinato persino un certo Leonardo Da Vinci, suo ingegnere militare, un signore che non si può certo pensare mancasse di intelletto o di capacità di discernimento! Chiaro che suscitasse invidia soprattutto tra coloro che avevano molto da guadagnare dal particolarismo politico, non ultimo il Guicciardini stesso, detentore di svariate cariche, sparse qua e là.

La malignità originata dall'invidia, peraltro, non ha toccato solo Cesare. È stata estesa a tutta la famiglia Borgia, cui sono state attribuite le peggiori nefandezze, probabilmente vere per la metà della metà di quanto narrato e, comunque, in sintonia con le nefandezze di chiunque altro, a quei tempi.

Ebbene, l'ingiustizia, in me, suscita repulsione, al pari dell'invidia e, dunque, questo accanimento della storia nei confronti dei Borgia, me li ha resi decisamente simpatici.

Ecco, sì, direi che al caso Borgia va la mia predilezione, ma solo di poco superiore a quella per il triste caso della bella Beatrice Cenci, malmenata, stuprata e reclusa in povertà da un padre padrone infine morto. Se ucciso da lei, dai fratelli e dalla matrigna, come hanno sostenuto l'Inquisitore, il Papa e la storia, è dato da vedersi, dal momento che la confessione estorta con la tortura mi lascia sempre perplessa quanto a veridicità. In ogni caso, difficile pensare a costei come ad una spietata assassina: la legittima difesa la rende vittima, sicuramente più del padre assassinato!

 

Ha attraversato diversi periodi storici di Roma. Dall’antichità al Rinascimento, dall’età Umbertina a quella fascista, arrivando ai giorni nostri. Da un punto di vista criminologico come è cambiata la percezione della morte nell’immaginario collettivo?

Si potrebbe scrivere un libro sulla questione filosofica che ha sollevato con la sua domanda. La percezione della morte è sicuramente cambiata e ciò a prescindere dal crimine. In epoca antica c'era sicuramente una diversa accettazione della morte, un fatalismo maggiore: la si combatteva meno, non avendo molti mezzi per farlo, e, sicuramente, la si cercava di più, vuoi per eroismo, vuoi per senso di giustizia, vuoi per affermazione di potere. In buona sostanza, una questione d'orgoglio valeva una vita. La faida dei Mattei, di cui parlo nel quarto capitolo, è un esempio chiarissimo di come una diffusa logica del taglione dominasse il pensiero comune: si prendevano vite in cambio di vite. Stesso dicasi per la famiglia Cenci, visto che due dei figli maschi muoiono per banali questioni risolte con il coltello. Risale al 1890, però, la considerazione sulla morte che mi ha più colpita. Nel documentarmi sul caso Formilli, uxoricida per amore dell'amante, mi ha lasciata perplessa la collaterale campagna a favore del divorzio, che usava l'uxoricidio come esempio di possibile risoluzione di un matrimonio infelice. In buona sostanza si auspicava il divorzio onde evitare l'assassinio. È un ragionamento che fa paura, sinceramente!

Lei mi chiedeva del cambiamento anche sotto il profilo criminologico. Al di là del mutato rapporto con la morte, che inevitabilmente tocca anche il crimine, la criminologia puramente intesa ha sicuramente visto un cambiamento nei secoli. Non parlo, ovviamente, della predisposizione al crimine che, purtroppo, l'essere umano ha innata ed è la stessa da sempre. C'è chi lo chiama peccato originale e chi preferisce definirla attitudine al male. Simon, uno psichiatra americano, ha scritto un interessante libro dal titolo emblematico: I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno. L'uomo nasce con un seme di violenza che può restare latente per tutta la vita, ma che può anche trasformarlo in un mostro. No. Non è la predisposizione al crimine ad essere cambiata, quanto la "normalizzazione" dell'omicidio in tempi antichi e le modalità di esecuzione. Il veneficio, ad esempio, era spesso usato, soprattutto dalle donne, richiedendo minore forza fisica, e rappresentava un sicuro mezzo per uccidere senza essere rintracciati. Mi riferisco, in particolare, alla cosiddetta "cantarella" - derivato dell'arsenico che si dice abbondasse nelle stanze dei Borgia, ovviamente! -. L'avvelenamento era così lento che la vittima poteva morire moltissimi giorni dopo, in tutt'altro luogo; era impossibile, quindi, risalire al momento del delitto e, conseguentemente, all'autore. In pratica i progressi della scienza, dell'analisi forense hanno reso meno perfetti molti delitti!

 

Ci sono stati altri eventi delittuosi in cui il Tevere ha rivestito un ruolo da protagonista che - vuoi per ragioni di spazio, vuoi per ragioni di importanza - ha pensato di non inserire, ma che comunque hanno segnato la storia di Roma?

Molti; moltissimi. Ho inevitabilmente dovuto sceglierne solo alcuni, a parer mio emblematici, ma l'antichità vede il Tevere illustre protagonista di morte. E, tutto sommato, non solo l'antichità. Magari uscirà un volume secondo…

Di sicuro, è più facile che il volume secondo riguardi solo casi antichi. I contemporanei, infatti, oltre a richiedere le particolari cautele legate al sacrosanto diritto all'oblio, presentano un ulteriore aspetto poco piacevole, legato al divismo dell'assassino. Da che esistono, i giornali hanno sempre sbattuto il mostro in prima pagina, attribuendogli soprannomi, rendendolo famoso; ad un certo punto, però, il mito cadeva nel dimenticatoio. Oggi, invece, vuoi per l'eco infinito del web, vuoi per un ribaltamento dei miti, sicché l'assassino da anti-eroe è divenuto eroe, si incontrano sempre più spesso avvocati-manager artistici che, pur di conquistare una fetta di notorietà, sottostanno ai capricci di clienti-divi, impegnati a parlare di share e gestire le proprie interviste televisive, a frequentare locali di moda. Non li amo né da storica, né da avvocato, sinceramente.

 

Scorgendo la corposa bibliografia del suo lavoro ho notato che ha visionato alcune pellicole incentrate sulle vicende narrate. Penso a Beatrice Cenci di Lucio Fulci o a Girolimoni, il mostro di Roma di Damiano Damiani. Quale pensa sia la più “centrata” da un punto di vista storico e di aderenza alla realtà dei fatti?

Sono una grande estimatrice dell'arte cinematografica. Di film su Beatrice Cenci ne ho citati due, quello di Fulci ed il precedente, del '56, di Riccardo Freda, sicuramente migliore, sebbene entrambi presentino una ricostruzione storica un po' falsata rispetto ai fatti storici. Quanto al Girolimoni di Damiani, l'interpretazione di Manfredi è innegabilmente un'opera d'arte a sé stante ed attenua grandemente l'aspetto meno amabile della pellicola, ossia le imprecisioni storiche. Lungi da me fare, in questa sede, critica cinematografica, ma, tra i film che ho menzionato nel libro, trovo meravigliosi M. Il mostro di Düsseldorf di Lang e Monsieur Verdoux di Chaplin. Quanto a corretta focalizzazione storica dei fatti, sicuramente al primo posto c'è quel Giorni di gloria di Visconti, documentario in diretta del linciaggio di Donato Carretta.

 

Quali sono le difficoltà che ha maggiormente riscontrato nella stesura di un’opera così imponente?

Molte, ma sempre piacevoli: amo profondamente il mio lavoro di scrittrice e di storica ed ogni difficoltà è, invero, un traguardo. Mi torna alla mente, ad esempio, quando ho consultato documenti di epoca rinascimentale presso l'Archivio di Stato e l'Archivio Storico Capitolino: è stato molto impegnativo decodificare il testo, scritto in italiano cinquecentesco, con grafia spesso illeggibile, tra gli arabeschi dei parassiti della carta e le macchie di inchiostro, ma l'emozione di sfogliare quelle pagine è stata immensa e mi ha pienamente ripagata della fatica. Senza voler peccare di superomismo, posso affermare di essermi sentita un po' come la Bianca Maria dannunziana de La città morta quando mette tra i capelli i fermagli appartenuti a Cassandra. In particolare, sono stata pervasa da questa meravigliosa sensazione nel leggere una pergamena manoscritta da Marcantonio Colonna, ove ho trovato molto più dell'intuizione utile ad interpretare i fatti di sangue relativi alla famiglia Mattei, ho trovato l'emozione di toccare le pagine da lui toccate, di leggere le parole da lui manoscritte.

 

Il generale Luciano Garofano nella prefazione parla di profiler, cold cases, case linkage. Una serie di terminologie strettamente attuali applicate ad omicidi avvenuti in un passato remoto. Come è possibile?

In realtà le terminologie sono moderne, ma le attività che descrivono non lo sono affatto. Come osservato dal generale Garofano, la scienza forense è sempre esistita. Adesso è solo di gran lunga più evoluta ed in costante progresso.

Quanto al profiling, strettamente legato alla psicologia, non v'è motivo di non applicarlo a casi storici. Solo così si possono estrapolare da eventi passati le linee guida non solo per comprendere - e risolvere, nel caso si tratti di cold cases - quei determinati fatti, ma per inquadrare con maggiore esattezza tutti i successivi, ad essi legati da similitudini (modus operandi, ambiente in cui si svolge la vicenda, ecc.). In tal senso parliamo di case-linkage. Insomma, l'amore per i termini stranieri, che investe oggi le scienze, e, dunque, anche le analisi forensi e psicologiche, non deve indurre in errore: simili accertamenti sono stati sempre fatti e la comparazione tra reati è sempre stata utile.

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