17/06/2016

L'intervista a Francesca Corsetti, autrice di L'eco di una melodia

Un’apologia dell’amicizia e dell’amore, dove l’una sorregge l’altra e ne amplifica il senso.
Qualsiasi amore, dall’infatuazione di un’estate a un rapporto che ci accompagna fino alla vecchiaia, termina con la parola fine. Sguardi, sussurri e carezze, improvvisamente, da tangibili e reali, si tramutano in ricordi, in fotografie che sbiadiscono, in voci lontane. Francesca Corsetti ribadisce questo malinconico diktat fin dal titolo della sua bellissima opera d’esordio, L’eco di una melodia, dimostrando di conoscere alla perfezione la parola amore, ma anche le sue inevitabili, e spesso lancinanti, conseguenze. Le abbiamo chiesto di svelarci qualcosa in più di lei, dei suoi sogni e della sua smodata passione per la scrittura…


 

Il tuo romanzo si svolge in una delle tante asfittiche province del Belpaese. Luoghi che, pur presentando paesaggi ameni, rivelano un’umanità spesso priva di ideali, retrograda, ancorata a posizioni conservatrici. Luoghi da cui è difficile volare via e in cui il maschilismo e la sottomissione della donna, vista ancora e soltanto come angelo del focolare, la fanno da padroni. Cosa puoi dirci in proposito?

Posso affermare che vivere qui per molti è una serena routine. Quest’aria medievale non la soffrono, sono abituati a questo meccanismo automatico che ha ingranaggi funzionanti formati da Chiesa, e convenzioni obsolete e non si pongono il problema. Per chi ha avuto una catarsi, trascorrendo tutta la vita nei libri, invece è diverso. Si dissocia da queste leggi invisibili che regolano la vita su principi anacronistici. Ma dissento sulla sottomissione della donna, che apparentemente ha una vita sociale come tutte le altre donne emancipate che vivono nelle metropoli. Il problema sorge, quando esce dai canoni standard e viene tacitamente marchiata e diventa soggetto da emarginare. Questo contesto antropologico non accetta ancora di buon grado ad esempio un’atea, una divorziata o, ancor peggio, una donna che convive o ha avuto suo malgrado storie non andate a buon fine. Ho sofferto molto il peso del mormorio popolare, essendomi separata a soli 24 anni.

 

L’eco di una melodia è essenzialmente una storia d’amore senza lieto fine. Una sorta di viaggio passionale che si conclude con un abbandono. Mi ha convinto la tua scelta di non dare nessun tipo di appiglio al lettore e di lasciarlo a chiedersi perché questa storia sia finita….

Faccio fatica a non osannare l’amore, prioritario ed essenziale nella mia esistenza, considerata l’intensità con cui ho amato in passato. Ma non ne ho mai trovato uno che abbia avuto davvero rilevanza. Gli uomini che ho conosciuto sono stati meteore incapaci di donarsi. Hanno preso quello che hanno potuto e poi sono scappati come ladri, defraudandomi di ogni dignità.

 

Oltre l’amore, anche l’amicizia riveste un ruolo preponderante nella tua opera. Allora vorrei chiederti quale delle due reputi più importante nella tua vita e perché?

L’amore è restare, nonostante tutto, è una progetto di costruzione comune. Quindi l’ovazione è per l’amicizia, dedicandola a un’amica cara con cui condivido tutto, che non mi ha mai deluso, che c’è sempre stata.

 

Il tuo romanzo non arretra davanti al sesso, non ha paura di cimentarsi con le fosche tinte del melodramma (La Traviata, il Rigoletto) né di rivelare una matrice eminentemente autobiografica. Te la senti di parlarcene senza filtri?

Sono coerente con il mio essere, non uso filtri parlando di sesso. Credo non ci siano mezzi termini nel vivere un rapporto. Spiego senza filtri quanto i corpi siano il mezzo attraverso il quale si sfoga l’amore. Non ci sono tabù o restrizioni nel vivere una passione, lo scrivo senza remore perché sono una persona fisica e passionale in sintonia con il mio corpo e la mia mente. Nel romanzo racconto il mio viaggio all’interno di un uomo che mi ha conquistato in maniera subdola con parole intrise di musica e poesia. Mi narrava il suo passato come un incantatore di serpenti, e ne sono rimasta soggiogata. Purtroppo, si è rivelato solo un eco di ciò che era stato. Ho amato ciò che mi ha raccontato di lui, ma non ciò che ho appurato fosse diventato. Ma di questo parlerò nel sequel che sto scrivendo.

 

Un’ultima domanda di carattere cinematografico, anche perché la tua opera ha la scansione narrativa di una scenografia. Quale è il film che, secondo te, più di tutti è riuscito a narrare tutta la crudele malinconia che accompagna la fine di una storia d’amore?

Mi è venuto subito in mente The way we were (Come Eravamo) il film con la coppia Redford-Streisand. Due personaggi molto diversi, in cui lei riveste il ruolo di un’ostinata idealista, una sovversiva e una passionale idealista, che vive la vita impegnandosi per cambiare il mondo, socialmente e politicamente, mentre lui è risucchiato dalla grama materialità, un talento che si butta via per vivere di niente. Donne e vita da smidollati, effimera realtà di molti. Queste diversità sono il motivo per cui si lasciano pur essendo molto innamorati.

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