06/07/2016

L'intervista a O.T. Nadir, autrice di La soglia del silenzio

O.T. Nadir: dietro questo pseudonimo si cela un’autrice con la A maiuscola.
Di rado, infatti, capita di imbattersi in un romanzo che riesca, con una tale intensità e un impatto emotivo così devastante, a narrare l’amore in tutte le sue accezioni, in ogni più recondita sfaccettatura, in ogni impercettibile piega nascosta.
La soglia del silenzio ci parla di accettazione di sé e degli altri, di eros e thanatos, di gelosia e passione, di sogni e speranze. E lo fa con uno stile che commuove e fa riflettere in ogni riga, attraverso un linguaggio capace di oltrepassare la staticità della pagina scritta e arrivare direttamente al cuore. Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci qualcosa in più di lei e della sua opera.


 

La soglia del silenzio è un romanzo che eleva il sentimento amoroso a livelli superiori, quasi ultraterreni. Parlaci della sua genesi e dell’urgenza che ti ha portato a scriverlo.

In realtà, La soglia del silenzio è nato per caso. Stavo lavorando a qualcosa di completamente diverso, che per sua natura richiedeva un lungo lavoro di ricerca che in quel periodo non avevo il tempo di svolgere. Quindi avevo deciso di dedicarmi allo sviluppo di alcuni aspetti della mia scrittura che non avevo allenato a sufficienza e che mi sembravano scadenti, come l’approfondimento psicologico dei personaggi. Era un periodo molto particolare, per me, in cui mi stavo tuffando di nuovo nella cultura umanista e stavo scoprendo un nuovo mondo, quello della storia della musica, da cui ero molto affascinata. Il tutto si è mescolato, generando questo romanzo che, per certi versi, si è scritto da sé. Alcuni personaggi non previsti nel concept originale sono diventati i miei preferiti, i più amati, altri hanno completamente cambiato direzione. Hanno preso le loro decisioni e scavato a fondo dentro di me, trovando una propria dimensione. Sono i personaggi ad aver costruito La soglia del silenzio, molto più di quanto abbia fatto io stessa. E ognuno di loro è una parte di me che, forse, aveva bisogno di manifestarsi.

 

Finalmente in Italia abbiamo un romanzo a tematica gay che non ha paura di essere melodrammatico, pregno di una furia, di una bramosia, sia sessuale che sentimentale, al di fuori di qualsiasi canone. Come pensi che verrà valutato in un Paese come il nostro, in cui ancora, troppo spesso, l’omofobia è una piaga difficile da debellare?

Da questo punto di vista, l’omofobia esiste così come sono sempre esistiti i fondamenti per criticare un qualsiasi tipo di lavoro altrui. La grettezza e il completo rifiuto di scegliere di ascoltare le opinioni di chi la pensa in modo diverso mi spaventano più di quanto potrebbe fare la reazione della componente omofoba del pubblico. La soglia del silenzio non esiste per tentare di convincerli, per indurli alla ragione, per estirpare la piaga dell’omofobia. Esiste perché avevo qualcosa da dire - più di quanto io stessa credessi - ed è così che questa storia ha scelto di raccontarsi. Esiste per le persone che hanno abbracciato il pensiero libero, per coloro che non si nascondono e che scelgono di aprirsi, aprire se stessi anche alle cose che non conoscono o non capiscono.

Tuttavia, mi piacerebbe che questo libro potesse, in qualche modo, mostrare alla porzione omofoba del pubblico che le persone omosessuali - siano uomini, come in La soglia del silenzio, oppure donne, indifferentemente - sono, sostanzialmente, persone. Che amano e soffrono come tutti. Perché siamo umani, prima di ogni altra cosa. E l’orientamento sessuale è solo una componente di noi stessi, non ci definisce. Non siamo prima di tutto gay o etero, come non siamo prima di tutto alti o bassi. Siamo. Siamo e basta, ognuno a modo proprio. Ecco, mi piacerebbe poter ispirare, almeno, questo genere di mentalità, che è poi quello che manca, fondamentalmente, nella nostra società. Non solamente quella italiana, del resto.

 

Il tuo romanzo è anche e soprattutto una meravigliosa cavalcata nel mondo dell’arte: musica, pittura, drammaturgia. Sembra quasi che tu abbia voluto dare ancora maggiore risalto al tema dell’amore attraverso l’universo artistico…

Io credo che l’arte esista per definire il mondo. Per raccontarlo, per spiegarcelo, esattamente la funzione che i miti avevano nelle società antiche. Le forme dell’arte variano insieme alla storia, alla società, alla sensibilità degli artisti e dei fruitori, ma la sua funzione penso che rimanga essenzialmente la stessa. Una storia che non preveda un elemento artistico, in qualsiasi forma, secondo un qualsiasi aspetto o inquadramento, tralascia questa caratteristica umana, molto umana. E umano è l’amore. L’arte tratta soprattutto questi temi, l’amore e la natura umana: mescolarli, allacciarli, intrecciarli come si intrecciano le dita con qualcuno a cui tieni, per me è stata una scelta naturale.

 

Parigi e l’Accademia di Belle Arti sono i luoghi deputati che ospitano la deflagrazione della passione. Come mai, tra tutte le capitali europee, hai scelto proprio la Ville Lumiere?

Non ho viaggiato moltissimo, purtroppo, ma fra tutte le città che ho visitato, Parigi è quella che più mi è rimasta nel cuore. Ho il ricordo vivido di questi cieli immensi, che si aprono di colpo tra i palazzi e che ti spalancano qualcosa dentro, là dove la città aveva già scassinato tutte le serrature che ci portiamo dietro. Parigi è una città romantica, certo, ma non è per questo che l’ho scelta. La associo quasi automaticamente all’arte, ai poeti maledetti, che sono tra i miei preferiti, con il loro amore distorto. In fondo, è la città che ha ospitato poeti come Rimbaud e Verlaine, che sono citati nel romanzo. Mi sembrava un omaggio appropriato.

 

Leggendo La soglia del silenzio mi è venuto in mente Le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis. Anche lì il bisogno d’amore, il continuo cercarsi, perdersi e ritrovarsi è una lancinante dichiarazione d’intenti. Pensi ci siano delle affinità con la tua opera?

Ammetto di non averlo letto. Posso fare un confronto solamente con le scarse informazioni che ne ho e che riguardano più che altro il soggetto, ma sarebbe inappropriato, perché mancherebbe di tutto ciò che rende un romanzo quello che è. Le atmosfere, le riflessioni, la complessità dei dialoghi, le scelte stilistiche, tutto questo verrebbe a mancare, nel mio paragone. Posso dire che non mi sono ispirata a niente, per La soglia del silenzio, benché alcuni echi e suggestioni a lavori altrui sicuramente si trovino. Si tratta, appunto, di suggestioni. Impressioni che le parole risvegliano, diverse per ogni persona. E credo che questo sia, alla fine dei conti, lo scopo da prefiggersi quando si scrive qualcosa e si vuole guardare a un eventuale pubblico: entrare nell’orizzonte del lettore senza forzarlo e risvegliare il suo mondo, toccarlo, a volte, anche, ferendo un poco. I libri che ho amato di più, tutto sommato, sono quelli che mi hanno lasciato qualcosa, anche quando si è trattato di una sensazione dolorosa. Sono i libri che non dimentichi facilmente. Per quanto riguarda il concetto della dichiarazione d’intenti, penso che la posizione di La soglia del silenzio sia che le dichiarazioni d’intenti sono inutili. Non tanto nell’arte e nello scrivere, quanto nella vita reale. La vita trascina dove vuole, qualsiasi cosa ne pensiamo, qualsiasi sia la meta del nostro agire. La vita succede. E le dichiarazioni d’intenti finiscono per infrangersi su questa casualità.

 

Infine mi piacerebbe sapere quale film, secondo il tuo parere, è riuscito a dare un quadro vero, sincero e privo di qualsivoglia tabù sull’universo queer.

Il problema della maggioranza dei film a tematica LGBT non è tanto il tabù, a mio parere, quanto lo stereotipo. Risulta abbastanza difficile trovare lavori che ne raccontino come racconterebbero una storia d’amore - o una qualsiasi vicenda - vissuta da una coppia o da un individuo etero. La trama finisce per concentrarsi sul fatto che il personaggio è gay, più che su altri argomenti, e che il personaggio stesso corrisponde a una certa tipologia di soggetto omosessuale. Spesso scadono un poco nella mitizzazione, nella costruzione di un archetipo che corrisponda all’immaginario generale. Il che, per certi versi, li rende paradossalmente omofobi quanto film che omofobi lo sono veramente. Detto questo, alcuni lavori sono apprezzabili. Se dovessi accostare un film a La soglia del silenzio, sceglierei probabilmente Total Eclipse, in italiano tradotto come Poeti dall’inferno, oppure Little Ashes, più che altro per via della commistione fra storia e arte.

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