10/05/2017

Intervista a Gianbattista Tagliani autore di Eletto

Questo è un romanzo di grandi provocazioni, che fa riflettere su come, soprattutto negli ultimi decenni, la forbice fra le poche persone che godono di ricchezze immense e la massa di coloro che faticano a sbarcare il lunario, si sia incredibilmente allargata, con il crollo di quella middle class borghese che per secoli ha rappresentato l'ossatura economico-culturale del nostro Paese.L’eletto” è un romanzo in cui ambizione e sete di potere sembrano affogare le virtù di coloro che tentano una buona politica, dalla parte del cittadino, portando avanti un programma dal volto “umano”, ma che alla fine vede una consolatrice vittoria del Bene sul Male, dell'etica sul vil denaro. Ma è una consolazione “a metà”, se vogliamo, perché il velo di Maya squarciato ha reso visibile tutto ciò che si muove dietro la facciata delle conferenze stampa, dei proclami in pubblica piazza e degli obiettivi ufficiali di governo, e la sensazione che ci resta in bocca è davvero amara.


La vicenda si svolge principalmente tra Saint Moritz e Roma. Saint Moritz rappresenta un'ideale di agiatezza, di un turismo ricco e snob; Roma invece è città del popolo, degli oscuri palazzi di governo, della burocrazia. È casuale la scelta di questi palcoscenici? Cosa rappresentano per lei questi luoghi?
La scelta è tutt’altro che casuale per diverse ragioni. A Saint Moritz, in effetti, come altre località svizzere o italiane fanno tappa molti dei grandi capitalisti contemporanei ma l’ho scelta per l’assoluta bellezza del luogo, seconda solo a Cortina che però avrebbe reso il racconto troppo “italiano”. Roma invece è la mia città d’adozione, dove sono cresciuto ed è sede del governo per cui parlando di politica non potevo non ambientarci la storia. In aggiunta Roma più di altre città italiane è diventata nell’ultima decina d’anni la sede ideale di intrighi politici e delitti di natura economico finanziario. Io poi ho avuto il privilegio di vivere molti anni nel centro storico e quando ho pensato la storia la visualizzavo nei luoghi della mia quotidianità 

A un certo punto del romanzo, quattro uomini fra i più ricchi e potenti del mondo, si siedono a un tavolino e, con una partita a chemin de fer, decidono le sorti del mondo “spartendosi” il territorio a proprio piacimento. Questo quadro inquietante è davvero molto distante dalla realtà? Secondo lei, le grandi multinazionali hanno davvero un potere del genere? E cosa possono fare gli uomini semplici e i politici onesti per opporsi a tale malcelata plutocrazia?
Indubbiamente le cronache recenti inducono quanto meno a sospettarlo per non dire di più. Il consenso politico è espresso dai cittadini che nel mondo di oggi, privo di ideologie, sono soprattutto lavoratori e consumatori. Credo che se oggi si ripetesse un evento come l’austherity degli anni 70 i popoli si solleverebbero perché siamo tutti abituati al benessere, anche in questi anni di crisi. Ci sono alcune multinazionali poi, Google e Facebook tanto per citarne due che possono influenzare direttamente l’elettorato e con una profondità che nessun partito per quanto radicato sul territorio potrebbe. Recentemente sono capitati diversi casi in cui multinazionali negoziando con i governi hanno minacciato di lasciare il territorio nazionale se non gli venivano riconosciuti tutte le richieste. I politici onesti dovrebbero essere trasparenti e proporre politiche invece che aspettare che vengano loro imposte o peggio ancora di aspettare che si verifichino emergenze. 

Ludovico Serpieri, “l'eletto”, dopo un'incredibile scalata all'interno del CCT Consulting Group, arriva al primo colpo alla presidenza del consiglio. E si presenta con un programma davvero intelligente, acuto, basato soprattutto su un punto che vorrei ci illustrasse. Sarebbe attuabile oggi questo tipo di politica nel nostro Paese? Si è ispirato a qualche uomo politico del passato per tratteggiare la figura e il programma di Serpieri?  
Serpieri l’ha sintetizzato in uno slogan decisamente contemporaneo: “Dreamland Italy”. È un programma non solo attuabile ma decisamente auspicabile per l’Italia del presente e del domani soprattutto alla luce della nuova rivoluzione industriale cui stiamo assistendo. Proprio quando il mondo discute dell’impatto dell’automazione e dell’intelligenza artificiale sulle attività produttive e paventa una vera e propria catastrofe per milioni di operai, impiegati e professionisti l’Italia si ritrova ad essere un vero e proprio eldorado; come la california di fine ottocento era piena d’oro noi abbiamo un nuovo oro, il nostro paesaggio, il nostro patrimonio culturale e quello eno gastronomico, tutte cose che prima che l’intelligenza artificiale possa replicare, ammesso che sia possibile, ci vorranno generazioni e genrazioni. Non mi sono ispirato a uomini politici del passato perchè fino all’avvento dell’informatica i politici pianificavano e sognavano il lavoro lontano dai campi o dalla terra, negli uffici, nelle fabbriche e nei laboratori di ricerca. Per questo i contenuti del programma e l’iniziativa di Serpieri sono esclusivamente frutto dei miei studi e ricerche e dell’evoluzione della mia coscienza di cittadino. Quanto al metodo usato dal protagonista che definirei come una concertazione consapevole, etica ed astuta ho fatto riferimento ad una figura di mediatore tra le più illustri del novecento assieme a quella di Henry Kissinger, Gianni Letta. 

Nel romanzo lei mette benissimo in evidenza il ruolo cruciale rivestito dai giornali – e dai media in genere – nell'ambito della politica. Oggi, a suo avviso, è possibile governare con una stampa fortemente avversa? E se le principali testate finiscono nelle mani di leader politici o di influenti gruppi economici, come può orientarsi il cittadino in una giungla di articoli tendenziosi, per formarsi un'opinione chiara e il più possibile scevra da condizionamenti di sorta? 
Negli ultimissimi tempi con l’avvento dei social media e delle cosiddette fake news il ruolo dei mainstream media s’è fortemente ridimensionato, detto ciò così come sarebbe indubbiamente difficile governare senza il consenso della stampa, sarebbe altrettanto difficile anche beneficiandone. Ormai anche l’agio dell’iniziativa politica è stato ridimensionato da ingerenze esterne molto incisive. Un esponente democristiano della prima repubblica una volta fece questa battuta; “fino agli anni ottanta nell’anticamera di un politico c’era la fila di banchieri ed imprenditori. Dagli anni novanta nell’anticamera di un banchiere o di un imprenditore c’è la fila di politici”. Un cittadino, il cosiddetto uomo della strada deve cercare di informarsi da più fonti possibili e non cedere alla pigrizia di attingere soltanto dalle testate preferite e dovrebbe coltivare il dubbio a 360 gradi. Non dubitare solo di quello che dice chi non ci piace ma anche di chi ci piace. Come si usa dire, ascoltare più campane non può che giovare alla costruzione di un’idea libera e consapevole  

Il romanzo è pieno di riferimenti letterari e cinematografici. Possiamo immaginare che questo panorama di testi e immagini così ampio che lei riporta, abbia contribuito non poco a formare il retroterra culturale su cui si sono costituite le sue idee e il suo stile narrativo. Ci racconta quando e come si è avvicinato alla letteratura e al cinema, e attraverso quali “canali” queste due arti sono penetrate nel suo romanzo?
La lettura è una pratica che mio padre, ma soprattutto mia madre hanno cercato di insegnarmi e di farmi amare sin da piccolo. Poi ho avuto la fortuna di incontrare lungo il mio percorso formativo un docente speciale, profondamente colto ed innamorato della letteratura che è stato capace con una straordinaria efficacia di contagiare e coinvolgere i suoi studenti. Questo professore si chiama Renato Bettini e lo cito perché probabilmente se non lo avessi incontrato, l’eletto non sarebbe stato mai scritto. Il riferimento al cinema ma anche alle serie tv invece è il naturale frutto della mia generazione. Tutti noi nati negli anni 70 siamo cresciuti con i grandi film di Hollywood, con i primi telefilm e ci siamo subito innamorati della nuova cinematografia, quella delle serie televisive.

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